Debutta in prima nazionale all’Argot Studio di Roma, martedì 31 gennaio 2017 lo spettacolo Le muse orfane, testo del drammaturgo canadese Michel Marc Bouchard, per la regia di Paolo Zuccari. In scena Antonella Attili, Stefania Micheli, Elodie Treccani, Paolo Zuccari.

Tre sorelle e un fratello, in un’età molto giovane perdono la madre, restando completamente soli. Da allora si dimenano nel tentativo disperato, ciascuno a modo suo, di bilanciare la perdita inspiegabile. La sorella più grande ha sostituito la madre, la seconda omosessuale è diventata militare, l’unico maschio scrive da vent’anni lo stesso romanzo, l’ultima è vissuta segregata in casa con la più grande e sembra la sua figlia deficiente. Un giorno, dopo tanti anni, si rivedono tutti insieme nella casa di famiglia e la più piccola accusa gli altri tre. Perché le hanno mentito? La madre, che le avevano fatto credere morta, in realtà è viva. Anzi, ha telefonato, dicendo che sta venendo lì da loro. Perché?

<<Nei filamenti invisibili che scorrono nel rapporto con la madre – scrive Paolo Zuccari nelle sue note – si scrive gran parte della nostra vita. E se lei se ne va perché ha preferito altro rispetto a noi figli, per sopravvivere di solito dobbiamo inventarci qualcosa. È questo qualcosa che spesso ci fa sembrare un po’ strani. I quattro fratelli di “Le muse orfane” improvvisamente, all’età di 7,10, 13 e 15 anni, si ritrovano soli con un padre morto e una madre che, follemente innamorata di uno straniero, li abbandona per raggiungerlo. Quel mondo che i 4 inventano insieme nell’isolamento di una casa di provincia, nei loro rapporti più intimi e violenti, nel dolore e nello spaesamento più totali, come ne “Il giardino di cemento” di McEwan, è un mondo totale in cui scorre tutto l’amore e tutto l’odio possibili, un mondo che non ha bisogno più di niente, se non di difendersi dall’esterno, l’unica minaccia. Ma un medico direbbe: l’esterno è la vita. Un medico può dire quello che vuole ma quando hai condiviso un universo così, in quel modo lì, è difficile liberartene. Anche dopo tanti anni, anche quando pensi che ormai non succederà più. Se si ricreano le condizioni, basta un niente per ritrovarsi a recitare la mamma o il papà che non ci sono più. Anche se buona parte della tua vita è già passata. Ma basta incontrarsi di nuovo, anche dopo tanti anni, perché si risprofondi nelle dinamiche di una rappresentazione infantile, pur di “normalizzare” il loro stato di dimenticati. Anche il bene, come il male, si annida negli spazi più nascosti. Basta superare una porta. Una storia sull’abbandono, il più violento>>.

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Gloria Bondi
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