C’era una volta a New York

Ellis Island, 1921. Fiumi di immigranti poveri e stremati sbarcano sul suolo americano in cerca di lavoro e di una nuova vita. Tra di loro anche le due sorelle polacche Ewa e Magda Cybulski. La prima ha la bellezza eterea di Marion Cotillard, la seconda è tubercolotica e viene internata sull’isola per un periodo di sei mesi, dopo i quali si deciderà: se sarà guarita potrà restare, altrimenti verrà rimandata a casa.

 

Ewa la lascia promettendole di tornare a prenderla e di mandarle i soldi per le cure. Ma New York non sarà la sua terra promessa. Tutt’altro. In breve cade preda dell’ambiguo ed affascinante Bruno, che la avvia prima all’avanspettacolo e immediatamente dopo alla prostituzione. Dopo poco entrerà in scena anche il cugino – rivale dell’uomo, l’illusionista Orlando, che darà vita con i primi due ad un tragico triangolo. “C’era una volta a New York” (The Immigrant)  di James Gray è un melò che ci scaraventa in una New York come non la avremmo mai immaginata –  lercia, sordida e corrotta – resa fascinosa da una fotografia tutta virata nei toni del seppia e da una cura meticolosa dei dettagli. Ma a parte questo la trama è lenta e senza picchi drammatici e scorre stanca barcamenandosi tra svariati luoghi comuni: il vizio, la miseria, la volgarità di donne perdute, le piccole, meschine rivalità, la corruzione delle forze dell’ordine, la purezza di una improbabile prostituta, la malvagità di un uomo che nemmeno l’amore riesce a redimere. L’opera non riesce a capitalizzare nemmeno il talento degli interpreti principali, su tutti la Cotillard e Joaquin Phoenix, altrimenti splendidi, ma qui purtroppo  imbrigliati in una sceneggiatura di disarmante  lentezza che finisce per renderli sorprendentemente monocordi.  Peccato.

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